L’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa ha votato, con 71 voti favorevoli e 26 contrari (2 astensioni), una risoluzione che chiede ai paesi europei di adottare una legislazione che proibisca le pratiche di conversione. Ha dichiarato che gli Stati dovrebbero “prevedere sanzioni penali […] sulla base di una definizione chiara ed esaustiva delle pratiche vietate”. Ha inoltre sottolineato la necessità di istituire meccanismi di monitoraggio e segnalazione.
Ha posto l’accento sull’esperienza dei paesi pionieri in questo ambito, ad esempio Malta, che potrebbero fornire informazioni importanti per guidare le riforme legislative.
L’organo, composto da legislatori di 46 paesi di tutto il continente, ha preso questa decisione nel quadro della sua sessione plenaria a Strasburgo.
Cosa sono le pratiche di conversione?
La risoluzione adottata afferma che tali pratiche, note anche come terapie di conversione o terapie riparative, mirano a “modificare, reprimere o sopprimere l’orientamento sessuale, l’identità di genere o l’espressione di genere di una persona” sulla base della falsa convinzione che tali caratteristiche personali siano “patologiche o indesiderate”. Il rapporto su cui si basa la risoluzione è stato elaborato da Kate Osborne (Regno Unito, SOC).
Preoccupata per la persistenza delle pratiche di conversione negli Stati membri, spesso attuate clandestinamente, e considerato che non hanno alcun fondamento scientifico e hanno conseguenze dannose sulle persone che ne sono oggetto, l’Assemblea parlamentare ritiene che sia “necessario prendere misure urgenti per prevenire e combattere i danni causati”. Si tratta sia di un imperativo di salute pubblica sia di una questione di rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali, dichiarano i parlamentari, riaffermando l’importanza dell’autonomia personale, protetta dell’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
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