Forme di integrazione linguistica

La traduzione è stata curata da: Lorenzo Rocca e Clelia Ciliberto, membri del LAMI Group (ALTE)

L'integrazione dei migranti è un processo multiforme, complesso da analizzare.

Diversi indicatori sono stati sviluppati per studiare il percorso di adattamento in un'altra società. Questi includono ampi settori, come l'integrazione sociale e la salute o indicatori più specifici (reddito, occupazione, alloggio, istruzione, partecipazione alla vita sociale, ecc.), come quelli sviluppati da Eurostat (Indicators of Immigrant Integration, 2011). Tali metodi di analisi molto spesso però non includono criteri direttamente connessi alle lingue, pur supponendo che l’apprendimento della L2 rimanga comunque aspetto cruciale, in particolare nei casi di insediamento a lungo termine.

La vera integrazione dei migranti nella nuova società riflette uno sforzo teso all’accoglienza che va al di là delle norme specifiche adottate. L'accettazione di nuove forme di comportamento sociale, a condizione che non violino i valori fondamentali della democrazia, presuppone che la società si dimostri aperta agli altri e tollerante ai cambiamenti. È importante che questo “mettersi in gioco collettivo”, che sfida l'inerzia naturale di lunga durata nei cambiamenti culturali, sia accompagnato da misure educative a beneficio di tutti e in tutto il mondo (vedi White Paper).
 

Natura specifica dell'integrazione linguistica

È certamente possibile utilizzare il termine "integrazione linguistica", a patto che vi sia la piena consapevolezza delle sue specificità. Questo perché le lingue non devono essere viste solo come meri mezzi di comunicazione, strumenti che devono semplicemente essere acquisiti (ad esempio per consentire al migrante di trovare un alloggio o un lavoro). Al contrario dovrebbero essere anche ritenute veicolari per la costruzione di identità culturali, individuali e di gruppo. Come indicatori di identità assunte, previste, pretese o semplicemente tollerate, le lingue giocano un ruolo nella creazione di differenze sociali e culturali, al pari delle credenze religiose o dell‘abbigliamento. In tal modo, l'apprendimento e l'utilizzo di una nuova lingua - la lingua della società ospitante - o l'uso di altre lingue che il migrante conosce già ma che sono sconosciute alla popolazione residente, non è solo una questione pratica, ma può anche innescare processi che implicano la ridefinizione delle identità.
 

Integrazione linguistica: un processo asimmetrico

L'integrazione linguistica dei migranti nella società che li riceve non è un processo simmetrico. Per i membri della società di accoglienza, infatti, la presenza visibile di nuove lingue può innescare ansia o timore per l'identità nazionale; un’identità che appare talvolta circondata da attacchi (spesso immaginari) all'unità linguistica o all’impoverimento della lingua dominante a seguito di "contaminazione" di altre lingue, non necessariamente solo quelle utilizzate dai migranti. Le persone trovano difficile accettare lo sviluppo di una nuova forma di diversità che sostituisce quella linguistica tradizionale del territorio (lingue regionali e minoritarie). Possono così verificarsi relazioni a livello ideologico, anche qualora l'arrivo di nuovi linguaggi in un determinato territorio non abbia implicazioni dirette per la popolazione residente.

Per i migranti i problemi sono immediati e hanno implicazioni legate alla modalità di approcciare la lingua dominante, la cui conoscenza può esser vista come forma di arricchimento della propria identità, ma può viceversa essere percepita anche come un qualcosa che li rende vulnerabili. L’apprendimento della L2 può causare sofferenza e frustrazione (legata ad esempio all'incapacità di esprimersi), o può eventualmente compromettere l’identità esistente. I migranti possono giustamente temere che la lingua da imparare "scacci" le loro lingue precedenti (compresa la lingua madre) e porti conseguentemente alla perdita di un "senso di appartenenza".

Se infatti per la popolazione residente è in gioco il senso di identità nazionale, per i migranti appare in gioco sia l’identità culturale che il richiamato senso di appartenenza: entrambi gli aspetti possono essere messi in discussione; ecco perché il “prezzo” dell'integrazione varia a seconda dei punti di vista.
 

Integrazione linguistica: un processo a senso unico?

L'idea stessa d'integrazione linguistica può essere concepita dalla popolazione residente come un dovere dei nuovi arrivati. L’“integrazione”, secondo il sentir comune, si traduce spesso nel considerare positivamente situazioni in cui i migranti non si distinguono dagli altri parlanti o lo fanno solo in minima parte (attraverso un leggero accento, ad esempio) o non usano le loro lingue in pubblico o addirittura sembrano averle dimenticate. Secondo questa visione, i migranti dovrebbero passare linguisticamente inosservati e usare il linguaggio "normale“ della popolazione nativa. Si tratta di un'interpretazione esteriore d'integrazione, che riguarda le aspettative di alcuni madrelingua, vale a dire la progressiva eliminazione delle differenze, combinate con la standardizzazione linguistica. Tale interpretazione peraltro richiede ai migranti adulti di raggiungere e mostrare un alto livello di conoscenza della lingua ufficiale, percepito come dimostrazione della loro lealtà e fedeltà al Paese ospitante. In ultima analisi, la competenza linguistica è equiparata alla cittadinanza: "chi parla (bene) italiano è italiano".

Queste aspettative "assimilazioniste" possono essere compensate da una sorta di curiosità per le lingue sconosciute, dal desiderio di impararle, da una maggiore tolleranza verso gli errori involontari commessi dai migranti o verso le difficoltà che i medesimi hanno nell'esprimere se stessi e nell'accettare l'uso di altre lingue in pubblico o nei media. Tali atteggiamenti positivi, che dovrebbero essere incoraggiati da tutte le forme di educazione interculturale, possono dipendere dal grado di legittimazione legata alle lingue e in gran parte dal grado di accettazione della diversità, così come ereditato.

La posizione del Consiglio d'Europa è che la definizione esteriore d'integrazione linguistica, come sopra descritta, non è coerente, sia con le reali esigenze della società ospitante, sia con le aspettative dei migranti e dei diritti che dovrebbero esser loro garantiti. L’integrazione, in altre parole, non dovrebbe essere definita esclusivamente in relazione all'acquisizione della lingua dominante, bensì anche in relazione al repertorio linguistico di ciascun individuo. Dal punto di vista dei migranti, l'integrazione dovrebbe pertanto essere intesa come l'adattamento al (nuovo) ambiente comunicativo, vale a dire come un ri-arrangiamento dei loro singoli repertori.
 

Forme d'integrazione linguistica

Considerate secondo la prospettiva sopra rappresentata, sono possibili varie forme di integrazione linguistica, così come vari modi di regolazione dei repertori individuali in un dato ambiente linguistico che riflettono gli obiettivi e i bisogni dei migranti.

Di seguito la descrizione di possibili distinzioni, afferenti alle varie forme di integrazione sopra prospettate.

  • Basso livello d'integrazione delle lingue all’interno del repertorio: le risorse linguistiche disponibili nel repertorio individuale sono deficitarie perché le competenze in L2 non sono sufficienti a far fronte a situazioni comunicative in modo efficace senza uno sforzo considerevole. La comunicazione spesso richiede il coinvolgimento di terzi e il suo successo dipende in gran parte dalla buona volontà linguistica degli altri parlanti. Questo può portare a una sorta di auto-censura sociale: i migranti non prendono parte o addirittura evitano alcune attività perché percepite come linguisticamente troppo impegnative. Essi possono ritenere il loro repertorio come inefficace e pertanto fonte di frustrazione, arrivando così a essere 'esclusi' dai parlanti madrelingua. Tuttavia, possono ugualmente essere dagli stessi accettati, con un valore maggiore assegnato alle loro lingue precedenti e un ruolo puramente pratico dato alla lingua della società ospitante, in ciò probabilmente senza riuscire a sviluppare ulteriormente la competenza della L2. In tal caso la loro lingua d'origine può mantenere una forte funzione d'identità.
  • Integrazione funzionale delle lingue all’interno del repertorio: le risorse (essenzialmente nella lingua della società ospitante) sono sufficienti per riuscire con relativo successo nella maggior parte delle situazioni comunicative, garantendo che la maggior parte degli scambi verbali abbia successo. Ci possono essere errori o fossilizzazioni che i migranti possono ignorare (specie se sono soprattutto preoccupati del meaning e non del form) o possono invece tentare di affrontare, al fine di raggiungere una maggiore 'naturalizzazione' linguistica. In tal caso, il linguaggio d'origine non ha necessariamente una funzione identitaria prominente.
  • Integrazione delle lingue all’interno del repertorio: i migranti riorganizzano attivamente i loro repertori incorporando la lingua della società ospitante, che prende il suo posto accanto alle lingue in cui sono già abili. Il repertorio ora può essere utilizzato naturalmente, con i parlanti che si spostano tra le lingue a seconda della situazione sociale; in tal caso la lingua di origine può mantenere lo status di identità comune insieme alla L2. In questo senso, il fatto che ci siano diversi linguaggi identitari in un repertorio, è analogo ad avere una doppia nazionalità. La medesima lingua di origine può poi mantenere o raggiungere un valore così alto che si desidera trasmetterlo. Ma, dal punto di vista dell'identità, è il repertorio “ri-arrangiato” che qui interessa porre in evidenza.

Tali forme astratte di integrazione fra le lingue all’interno di uno stesso repertorio possono avere diversi gradi di successo, co determinato anche da differenti posizioni assunte dai migranti, come di seguito elencate:

  • Decidere di non cambiare il repertorio, ad esempio non imparare in modo sistematico la lingua principale della società d’accoglienza; i migranti “sopportano” la pressione, ma non sono in grado di utilizzare la L2, soprattutto se passano la maggior parte del tempo in ambienti dove la loro lingua d'origine continua a dominare.
  • Desiderare di cambiare il repertorio, ma non essere in grado di farlo a causa della mancanza di tempo o di fiducia in se stessi, che provoca peraltro disagio psicologico e sociale.
  • Avere l'obiettivo di 'riorganizzare' funzionalmente il repertorio, senza però tentarne un adeguamento, ad esempio accettando la fossilizzazione, mantenendo un accento non-madrelingua o trasferendo le abitudini comunicative culturali nella lingua di destinazione, come parte di una strategia di unica lingua identitaria, che spesso si identifica nella lingua d'origine.
  • Tendere alla riorganizzazione del repertorio linguistico al fine di ottenere 'la naturalizzazione linguistica'. Ciò implica il graduale abbandono della lingua di origine fino alla sua scomparsa definitiva. Anche questo fa parte della strategia di un unico linguaggio identitario, distinto dalla lingua della società di accoglienza.
  • Tendere ancora alla riorganizzazione del repertorio funzionale, ma con due lingue comuni d'identità. Spetta ai migranti decidere per se stessi e per le loro famiglie quali strategie linguistiche sono più adatte ai loro obiettivi nella vita quotidiana e nella gestione della loro identità.

Nell’ambito di tale quadro il ruolo della formazione linguistica è fondamentale al fine di informare i migranti circa le conseguenze delle posizioni assunte, spiegando in particolare che la migrazione comporta necessariamente un processo di adeguamento di identità che deve essere gestito con la pluralità e con la volontà di mescolarsi mentalmente, piuttosto che con una “nostalgica inflessibilità”.

Quando si eroga formazione, potrebbe essere chiesto all’utente di riflettere su come gestire il “codice variabile” essenzialmente a due livelli:

  • “micro cambiamenti”: nella stessa situazione comunicativa a seconda dei partecipanti;
  • “macro cambiamenti”: tolleranza della diversità linguistica e distribuzione di due o più lingue in tutti gli scambi sociali.

In ogni caso, il fatto che i migranti possano scegliere tra questi diversi tipi di adattamento, implica che il Patto Formativo debba essere sottoscritto ascoltando il loro punto di vista, contitio sine qua non per poter progettare e gestire corsi su misura.

JCB