
La Corte europea dei diritti dell’uomo – l’organo giudiziario del Consiglio d’Europa a tutela dei diritti umani di tutti gli europei – concorda con le conclusioni dei tribunali britannici sul fatto che l’utilizzabilità della testimonianza indiretta non impedisce a priori lo svolgimento di un processo equo.
La sentenza definitiva di Grande Camera pronunciata oggi nel caso Al-Khawaja e Tahery c. Regno Unito, permette di ridefinire i rapporti tra i tribunali del Regno Unito e la Corte europea dei diritti dell’uomo, che in questi ultimi anni sono stati leggermente tesi. La riforma della Corte è una priorità dell’attuale Presidenza britannica del Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa.
La sentenza odierna di Grande Camera sulla testimonianza indiretta ha esaminato con la massima attenzione le critiche precedenti mosse dalla Corte suprema del Regno Unito, e ne ha tenuto conto in grande misura.
Nella sua sentenza, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha adottato un approccio più flessibile che prende maggiormente in considerazione le caratteristiche del sistema giuridico inglese.
In contrasto con la sentenza di Camera iniziale, la Grande Camera non ha constatato violazioni nel caso Al-Khawaja, malgrado il fatto che la principale prova fosse costituita dalla testimonianza scritta della vittima, dal momento che esistevano elementi probatori supplementari a sostegno.
È stato tuttavia trovato un compromesso con il caso Tahery. La Grande Camera ha constatato l’assenza di un giusto processo, poiché l’unica prova a carico di Tahery era costituita dalla testimonianza scritta. La Corte ha dichiarato ingiusto basare la condanna su tale deposizione, poiché Tahery non ha avuto alcuna possibilità di chiedere al testimone che cosa avesse visto esattamente e se avesse particolari motivi per accusare Tahery di avere commesso un delitto.