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Questa intervista è libera da copyright per la pubblicazione sui media “Per proteggere i bambini dalle punizioni corporali bisogna vincere ancora molte resistenze” Il britannico Peter Newell, uno dei promotori dell’Iniziativa globale per porre fine alle punizioni corporali sui bambini, è impegnato in una battaglia volta a ottenere che la legislazione di tutti i paesi vieti il ricorso agli schiaffi e ai cosiddetti “metodi correttivi buoni”, ancora troppo frequenti nell’educazione dei bambini. Il problema è semplice, sostiene. Non si devono mai picchiare le persone e anche i bambini sono persone a tutti gli effetti. Tuttavia, i concetti più elementari e sensati sono talvolta anche i più difficili da mettere in pratica. Perché molti bambini subiscono ancora punizioni corporali pur essendo gli individui più deboli e fragili? Intervista (21.11.2002) Domanda: La famiglia è davvero il luogo in cui vengono perpetrati più spesso atti di violenza contro i bambini? P. Newell: Numerosi studi dimostrano che il fenomeno è molto diffuso. Nel mio paese, la Gran Bretagna, un sondaggio effettuato dal governo ha rivelato che più di un terzo dei bambini è vittima di punizioni “severe”. Un quarto di questi subisce percosse inflitte con bastoni o altri oggetti. Tre quarti delle madri intervistate hanno ammesso di aver dato schiaffi ai propri figli prima del compimento del primo anno di età. Questo genere di violenze è diventato un importante oggetto di dibattito nel mio paese, ma credo che in molti altri paesi europei il fenomeno non sia ancora di dominio pubblico. Domanda: Non ha la sensazione che si senta parlare più spesso delle violenze commesse dai giovani anziché di quelle da loro subite? P. Newell: È vero, se ne parla molto, ma bisogna cercare di capire le ragioni di questa violenza. Tutti gli studi indicano che le violenze subite in ambito familiare sin dalla più tenera età influenzano sensibilmente il comportamento dell’individuo. Penso che si debba prevenire ogni forma di violenza nella società, ma che sia necessario cominciare da quelle inflitte ai bambini, il cui diritto fondamentale è essere protetti. Bisogna anche saperli ascoltare, come abbiamo fatto durante questo seminario. Si è trattato di una novità molto importante. Un dibattito sulla violenza contro le donne nel quale parlino soltanto uomini è inconcepibile, e lo stesso discorso vale per i bambini. Domanda: I bambini sono protetti in particolare dalla Convenzione internazionale sui Diritti dell’Infanzia. Ma chi è effettivamente responsabile del rispetto dei loro diritti fondamentali? P. Newell: Gli stati, chiaramente. Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa e il Comitato europeo per la coesione sociale hanno formulato diverse raccomandazioni in materia e la Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha pronunciato numerose sentenze. Il Consiglio d’Europa ha espresso quindi in modo molto chiaro la propria posizione rispetto al problema: le punizioni corporali contro i bambini sono inammissibili, siano esse inflitte a scuola o in altre istituzioni o nell’ambito della famiglia. Spetta adesso agli stati recepire questo divieto nella legislazione nazionale. I bambini devono sapere che i loro diritti devono essere rispettati, ma bisogna anche aiutare i genitori ad applicare una disciplina più positiva nei confronti dei figli. Domanda: Lei è uno dei promotori dell’Iniziativa globale per porre fine alle punizioni corporali sui bambini lanciata 17 mesi fa. Se dovesse fare un bilancio, quali sono i risultati raggiunti fino a oggi? P. Newell: Si è formata una coalizione molto stretta attorno a questo principio: l’UNESCO, l’UNICEF, la Commissione dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite, numerose organizzazioni non governative si sono unite a noi in questa lotta. Attraverso il nostro sito¹ cerchiamo di dare maggiore visibilità al fenomeno e di fornire informazioni relative alla situazione in ogni singolo paese. Abbiamo riscontrato alcuni progressi in materia, ma anche molta riluttanza. In Europa, soltanto nove paesi² hanno recepito nelle rispettive legislazioni nazionali il divieto di qualsiasi forma di punizione corporale. Penso che i politici abbiano paura di affrontare il problema. Temono di essere accusati di volersi intromettere nella vita familiare dei cittadini. Ma il loro compito non è seguire l’opinione pubblica, bensì farla evolvere. È quanto è avvenuto in tutti i paesi che hanno vietato le punizioni corporali, come ad esempio la Svezia, dove soltanto il 6% della popolazione è favorevole alle punizioni corporali. In Gran Bretagna, questo punto di vista è condiviso da circa tre quarti della popolazione. 1. www.endcorporalpunishment.org 2. Austria (1989) Croazia (1999) Cipro (1994) Danimarca (1997) Finlandia (1983) Germania (2000) Lettonia (1998) Norvegia (1987) Svezia (1979) | ||